Come valutare il sé futuro

Gli adulti rimuovono i tatuaggi fatti da ragazzi, le persone di mezza età divorziano da chi avevano sposato in gioventù e gli anziani affollano i centri benessere per perdere i chili presi nei ristoranti quando erano adulti maturi.

“Perché le persone prendono così spesso decisioni che in futuro rimpiangeranno?” si chiede Science. Potrebbe dipendere da un sistematico errore valutativo del sé futuro. Un test condotto tra migliaia di persone ha rivelato che, sebbene i più riconoscano che la loro personalità, le loro aspirazioni e i loro valori siano cambiati rispetto al passato, la maggiornaza pensa di non cambiare più in futuro. Una discrepanza presente in tutte le fasce d’età.

La convinzione che il presente rimarrà tale anche nel futuro porta a errori di valutazione sulle preferenze negli anni a venire. Per esempio, nel test è stato chiesto ai volontari quanto avrebbero pagato per vedere un concerto del loro gruppo preferito tra dieci anni. L’ammontare era sempre superiore a quanto le persone di dieci anni maggiori avrebbero pagato per assistere a un concerto della band da loro preferita dieci anni prima.

Da cosa dipendono questi errori di valutazione? Gli studi condotti in materia conducono alla tendenza a giudicare se stessi in modo positivo e a essere sicuri della propria capacità di introspezione.

Fonte: Internazionale | Approfondimenti: Science USA

Piccola filosofia di un grande amore: La vela

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Perchè si va a vela? Perché andare in barca è non soltanto un modo per tuffarsi nella natura, per conoscere se stessi, i propri orizzonti e i propri limiti, ma soprattutto per vivere in un’altra dimensione, per tanti motivi diversa da quella che si vive ogni giorno sulla terraferma.

L’andar per mare – e in mare non vi son certezze – implica una filosofia del viaggio tutta particolare; è scomodo, richiede abilità, un certo sforzo fisico, resistenza alla fatica, sangue freddo; infine, può essere rischioso.

Ma restituisce il senso dell’avventura in un modo antico, dove il tempo, lo scorrere del tempo, nonostante il prezioso ausilio delle nuove tecnologie per stabilire la posizione o misurare le distanze, non è sostanzialmente cambiato rispetto al passato. Un’isola raggiunta in aereo è un’isola come tante altre; raggiunta dal mare al termine di una traversata piccola o lunga che sia, diventa un luogo incantato.

Il viaggio – non importa dove si va, quel che importa è andarci – accende le emozioni e libera la fantasia, tra desideri e rimpianti, nostalgie e speranze. Con le sue giornate di calma piatta oppure di pieno sole in un cielo sereno, di brezza o di vento forte, di burrasca o tempesta, il viaggio a vela è un’allegoria della vita, la vita stessa.

Piero Ottone
Ed. Longanesi

Dell’assertività. (Essere assertivi conviene)

Per introdurre l’articolo mi focalizzerò, più che sull’essere assertivi, sui costi della non-assertività.  Vivere ai poli costa, e i comportamenti non assertivi si trovano ai margini di un continuum bipolare i cui estremi sono passività e aggressività. Ecco, essere non assertivi significa, brutalmente, o farsi soggiogare dagli altri e dalle situazioni o vivere gli altri e la vita con istinto di prevaricazione e tendenza all’ira.

Ma a pensarci bene sia l’ira che la remissività sono in strettissima correlazione con l’incapacità di esprimere i propri bisogni, le proprie esigenze, le proprie aspirazioni. Con l’incapacità tutto sommato, di essere se stessi.
Allora è su questo che dovremmo interrogarci: cosa ci impedisce di esprimere noi stessi (a patto che si sappia chi si è e cosa si vuole, ma questo è un altro discorso…), cosa ci fa dimenticare l’importanza di “noi”?

Non è una resa questa? E allora qual’è la causa? La stanchezza, il desiderio di evitare conflitti, il subire scelte di altri senza il coraggio di imporre le nostre? Tutti interrogativi aperti e sicuramente da approfondire.

Assertività.

L’assertività è la capacità di esprimere le proprie emozioni, opinioni e bisogni senza offendere (o pensare di offendere) gli altri e senza diventare aggressivi.

Secondo gli psicologi statunitensi Alberti ed Emmons, si definisce come «un comportamento che permette a una persona di agire nel suo pieno interesse, di difendere il suo punto di vista senza ansia esagerata, di esprimere con sincerità e disinvoltura i propri sentimenti e di difendere i suoi diritti senza ignorare quelli altrui».

Le persone non assertive, al contrario, fanno del loro meglio per compiacere o blandire gli altri sacrificando allo stesso tempo i prori diritti e i propri bisogni. Con l’intento di evitare il rifiuto da parte degli altri non esprimono chiaramente o non esprimono affatto le proprie opinioni finendo inevitabilmente per perdere la fiducia in se stessi.

Assertività non significa dimostrare di saper urlare o intimorire le persone, è piuttosto una condizione, uno stato mediano lungo il tragitto aggressività – passività.

L’assertività è in definitiva l’atto di chiedere ciò che si desidera in modo sicuro e senza danneggiare nessuno, ma allo stesso tempo mantenendo il proprio diritto di eprimere scelte, idee ed esigenze.

Perché non si è assertivi? L’assertività non è qualcosa che si eredita ma è una cartteristica che tuttavia si può sviluppare. La mancanza di assertività è di solito il risultato del modo in cui è stata educata una persona. Se a un bambino è stato sempre detto che deve comportarsi in modo da piacere agli altri allora non potrà certo diventare assertivo da grande.

Ma non si rischia di non piacere più agli altri essendo assertivi? Contrariamente alla credenza comune, gli altri non evitano o malsopportano gli individui assertivi, questo potrebbe succedere solo con le persone più spiccatamente sensibili.  Le persone normali invece non avranno in antipatia un soggetto assertivo, verrà invece apprezzata la sua sicurezza.

Ecco alcune linee guida molto sintetiche e per questo da tenere ben presenti:

Si ha il diritto di avere i propri valori, le proprie credenze, proprie opinioni ed emozioni.

Si ha il diritto di non giustificare o spiegare le proprie azioni agli altri.

Si ha il diritto di dire agli altri come si desidera essere trattati.

Si ha il diritto di esprimere se stessi e di dire “no”, “non lo so”, “non capisco”, o anche “non mi interessa”.

Si ha il diritto di prendere il tempo necessario per formulare le proprie idee prima di esprimerle.

Si ha il diritto di sbagliare.

Si ha il diritto di battersi per é e per quello che si vuole.

Si ha il diritto di essere trattati con rispetto.

Il costo della non-assertività può essere molto alto: si potrebbe finire per sentirsi inutile colpendo duramente la fiducia in se stessi e in definitiva l’autostima, al vertice dei bisogni nella scala di Maslow. Essere assertivi significa, in definitiva, agire fortemente su due aspetti della personalità: le parole che si usano e il linguaggio del corpo.

Per approfondire: wikipedia

“Le cattedre di Sophia”: quando filosofia, economia e politica si incontrano

Pochi, forse, conoscono il suo nome: ma è stata lei nel 1986 la prima ad introdurre il concetto di “beni relazionali” – ormai entrato stabilmente in economia – e ad influenzare notevolmente, grazie al capability approach (approccio secondo le capacità) elaborato insieme al premio Nobel Amartya Sen, addirittura le Nazioni Unite nell’elaborazione dell’indice di sviluppo umano. E no, non è un’economista, ma una filosofa: su tratta dell’americana Martha Nussbaum, docente di diritto ed etica all’Univesità di Chicago, e conosciuta negli ambienti accademici – e non solo – soprattutto per aver introdotto il tema delle emozioni nella riflessione politica e sociale. E proprio le “emozioni pubbliche” sono state il nucleo delle conferenze che l’hanno portata in Italia.

A Loppiano ha prima incontrato gli studenti di Sophia, dando vita un interessante scambio in cui non sono stati soltanto loro a rivolgere domande, ma sono stati interpellati a loro volta dalla Nussbaum. Ne è seguito un confronto non solo sulla convivenza tra culture e religioni diverse, ma anche sui differenti sistemi educativi, particolarmente sentito in virtù della variegata provenienza geografica dei partecipanti.

Ma anche il rapporto tra filosofia ed economia ha occupato buona parte del dibattito, a partire dal racconto dell’esperienza diretta della Nussbaum con Sen: tema che ha aperto quello dell’interdisciplinarietà del sapere e della necessità di collaborazione tra gli studiosi dei vari settori.

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Riguardo all’esperienza di Sophia nello specifico, la Nussbaum ha osservato come questa fornisca «un tipo di formazione interdisciplinare che è cruciale nella formazione di “cittadini del mondo”: se ci si limita ad un solo campo del sapere, non si è sufficientemente equipaggiati in questo senso». E agli studenti ha rivolto l’invito a «cercare di capire come mettere insieme l’approccio critico e quello emozionale», elementi essenziali, nel suo pensiero, per costruire una società che sappia rispettare tutti gli aspetti della vita umana.

La conferenza aperta al pubblico, dal titolo Public emotions and the decent society, è stata poi una sorta di viaggio attraverso il tempo e lo spazio – dall’Europa dopo la Rivoluzione francese e dal pensiero di Comte e Mill, fino all’India di Tagore e Gandhi – per esaminare come l’idea di una società costruita attorno ad una “religione civile” sostenuta – appunto – dalle emozioni abbia fatto strada, e si sia concretizzata in modo particolare nell’esperienza del Subcontinente. Emozioni intese soprattutto nel senso di “empatia” per l’altro, di capacità di percepire un “bene comune” da perseguire che abbraccia l’intera società, che lo Stato stesso è chiamato a promuovere partendo dall’educazione dei ragazzi.

Non ci siamo capiti: il malinteso come opportunità di relazione

Noi esseri umani siamo macchine progettate per comunicare, ma celiamo un sottile paradosso: alla base delle nostre relazioni ci sono sempre malintesi.
“Come mai non ci capiamo? Come mai, in un’epoca che si definisce l’epoca della comunicazione, il nostro procedere è fatto di passi falsi, di conversazioni approssimative, di un non prendere e di un non essere presi?”
Con queste domande si apre Il malinteso di Franco La Cecla, nel quale l’antropologo affronta il tema della diversità, ribaltandone ruolo e prospettive: il malinteso, ci dice La Cecla, può trasformarsi in un’opportunità. Del resto, quando andiamo a teatro il valore del malinteso ci è subito chiaro: sul palcoscenico il malinteso viene messo in scena, si amplifica acquistando immediatamente una valenza poetica.