Si può, si deve. Individuo e change management, pt.1

Change management: formula aziendalista dettata dalle mode manageriali? L’ennesima ricetta di cucina efficentista? O nobile tentativo di astrazione delle (in fondo normali) condizioni dinamiche?

Tutto questo e molto di più. La letteratura (teorie scientifiche, case hystories, supporti consulenziali) è oramai sterminata, spinta negli ultimi anni dalla necessità di gestire transizioni complesse e rischiose con strumenti e modelli che ne consentissero o agevolassero il controllo.

Certo che, condizionati o forse sopraffatti dalla tecnocrazia che caratterizza la nostra civiltà, le pratiche di gestione del cambiamento (o di governo della transizione che dir si voglia), si sono indirizzate in prevalenza verso le organizzazioni lasciando supporre che la complessità abiti solo in azienda (statale o pubblica, profit o non profit che sia).

Forse questo è vero, forse no. Certo che l’approccio talvolta mercantile e mercatistico della comunità scientifica rafforza la prima ipotesi. Non a caso tutti i testi sacri sul change management si aprono citando Niccolò Machiavelli (Il Principe, cap. 6): “Non c’è niente di più difficile da condurre, né più dannoso da gestire, dell’iniziare un nuovo ordine di cose.” Musica per le orecchie dei megaconsulenti.

E il cambiamento legato all’individuo? In che modo le persone affrontano le grandi modificazioni dell’esistenza? Insomma, “c’è una mappa?”

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Sarebbe ingeneroso negare il contributo degli studi scientifici all’approccio individuale. Che tenta di descrivere il modo in cui l’individuo reagisce ai grandi cambiamenti che lo coinvolgono, siano strettamente personali che lavorativi o sociali. Change management sia come strumento per prevedere e gestire le reazioni degli individui sia, al contrario, per aiutare gli individui a governare e canalizzare le proprie reazioni. Evidente il legame con la psicologia e le scienze sociali.

Da Wikipedia:

Modello di Kurt Lewin (la percezione a 3 stadi del cambiamento)

Il modello sviluppato da Kurt Lewin, uno dei primi modelli di Change Management che ne ha interpretato il punto di vista individuale, descriveva la transizione come un processo a tre stadi. Il primo stadio, lo “scongelamento” (“unfreezing”), comporta il superamento dell’inerzia e lo smantellamento della mentalità e delle abitudini esistenti. La naturale resistenza innescata dai meccanismi di difesa deve essere superata. Il secondo stadio, quello in cui si attua/manifesta il cambiamento, è contraddistinto da uno stato di confusione e di provvisorietà legata alla transizione. Si è consapevoli che il quadro precedente è stato messo in discussione ma non si ha ancora una chiara percezione di come sostituirlo. Il terzo stadio, il “ricongelamento” (“refreezing“), comporta il consolidamento del nuovo quadro e delle nuove abitudini e la loro cristallizzazione, riportando gli individui ad un livello di confidenza con i processi analogo a quello prima del cambiamento.

Modello di Kübler-Ross (le 5 fasi reattive dell’individuo a fronte del cambiamento)

Alcune teorie sono basate su approcci derivanti dal modello di Elisabeth Kübler Ross spiegato nel libro La morte e il morire. Le fasi (non necessariamente in sequenza temporale) con cui reagisce l’individuo che subisce un lutto importante o gli viene diagnosticata una malattia grave sono tipicamente contrassegnate da: negazione/rifiuto (non è possibile!), rabbia (perché proprio a me?), patteggiamento (salviamo il salvabile), depressione (non sarà più come prima), accettazione (mettiamoci l’animo in pace). I modelli derivati generalizzano e trasportano queste fasi reattive in ambiti diversi da quello in cui il modello è nato (applicandolo per esempio all’ambito lavorativo) evidenziando una forte analogia con i vari contesti nei quali l’individuo si trova di fronte a cambiamenti che non comprende ritrovandosi ad essere soggetto passivo.

E adesso proviamo a pensare a noi stessi: quante volte abbiamo affrontato il cambiamento? E siamo riusciti a governarlo? Ne abbiamo avuto la necessaria consapevolezza? L’abbiamo subìto o l’abbiamo gestito a nostro vantaggio? Risposte complesse a domande semplici: bisognerà tornare in argomento.

 

 

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Scandinavia: The next supermodel

Meno tasse e stato leggero. Servizi di prima qualità e welfare generoso. Dopo la crisi degli anni novanta, i paesi dell’Europa del nord hanno saputo reinventarsi. Conciliando tagli alla spesa pubblica e competitività con livelli di eguaglianza ancora unici al mondo. Dallo speciale dell’Economist uno sguardo sulla società desiderabile.

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Svezia: il paese che un tempo era l’esempio più autorevole della “terza via” si è convertito a un modello politico ancora più interessante. Dal 1993 a oggi la Svezia ha ridotto la spesa pubblica dal 67 al 49 per cento del Pil. Presto avrà uno stato più leggero del Regno Unito. Dal 119873 ha abbassato di 27 punti l’aliquota fiscale più alta (oggi al 57 per cento) e ha eliminato un groviglio di tasse sugli immobili, le donazioni, i patrimoni e le successioni. Quest’anno l’imposta sui redditi passerà dal 26,3 al 22 per cento. Oltre a diverse operazioni di virtuosismo finanziario il paese ha consolidato il sistema pensionistico, garantedosi protezione dalle tempeste finanziarie e costruendo un sistema sostenibile in futuro.

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Per gran parte del ventesimo secolo la Svezia si è vantata di rappresentare una middle way tra capitalismo e socialismo, secondo la definizione data nel 1936 dal giornalista statunitense Marquis Childs. Mentre le multinazionali come Volvo e la Ericsson producevano ricchezza, i burocrati illuminati costruivano la folkhemmet (la casa del popolo), l’ideale politico e sociale della socialdemocrazia svedese.
Con il passare degli anni la middle way si è spostata sempre più a sinistra. Lo stato è cresciuto: in vent’anni (dal 1960 al 1980) la spesa pubblica è quasi raddoppiata.  Le tasse sono aumentate e il Partito socialdemocratico (che ha governato dal 1932 al 1976 e poi dal 1982 al 2006) ha continuato a tassare le imprese.
“L’era del neocapitalismo sta finendo” diceva nel ’74 l’allora premier Olof Palme. “E’ in una qualche forma di socialismo che dobbiamo trovare la chiave del futuro”. Gli altri nordic countries hanno seguito la stessa strada, anche se a ritmi più lenti. Oggi la Danimarca ha un mercato del lavoro tra i più liberali d’Europa e le famiglie possono mandare i figli in scuole private a spese dello stato, mentre la Finlandia mobilita capitali di rischio per finanziare le imprese e l’innovazione. La Norvegia, ricca di petrolio, fa in parte eccezione. Ma anche Oslo si sta preparando a un futuro post-petrolifero.

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La sfida riuscita è di essere riusciti a salvare il meglio del welfare del passato adattandolo allo scenario di oggi: meno grandi corporation che finanziano la spesa pubblica e un modello sociale razionale e organizzato: Grandi passi verso l’e-government e sfruttamento intelligente dei talenti interni. Il tasso di mobilità sociale (assieme a quello di occupazione femminile) è il più alto del mondo.

Lant Pritchett e Michael Woolcock, della Banca mondiale, hanno coniato il termine getting to Denmark (andare in Danimarca) per descrivere un processo di modernizzazione ben gestito. Ma i problema non è tanto andare in Danimarca, quanto restarci: il dubbio riguarda i paesi che tentano di imparare dal modello nordico. Questi adattamenti sono difficili. Il successo dei paesi nordici dipende da una lunga tradizione di buon governo, fondata non solo sull’onestà e sulla trasparenza, ma anche sul consenso e sul compromesso. Imparare dalla Danimarca rischia di essere altrettanto difficile che restarci.

Dell’assertività. (Essere assertivi conviene)

Per introdurre l’articolo mi focalizzerò, più che sull’essere assertivi, sui costi della non-assertività.  Vivere ai poli costa, e i comportamenti non assertivi si trovano ai margini di un continuum bipolare i cui estremi sono passività e aggressività. Ecco, essere non assertivi significa, brutalmente, o farsi soggiogare dagli altri e dalle situazioni o vivere gli altri e la vita con istinto di prevaricazione e tendenza all’ira.

Ma a pensarci bene sia l’ira che la remissività sono in strettissima correlazione con l’incapacità di esprimere i propri bisogni, le proprie esigenze, le proprie aspirazioni. Con l’incapacità tutto sommato, di essere se stessi.
Allora è su questo che dovremmo interrogarci: cosa ci impedisce di esprimere noi stessi (a patto che si sappia chi si è e cosa si vuole, ma questo è un altro discorso…), cosa ci fa dimenticare l’importanza di “noi”?

Non è una resa questa? E allora qual’è la causa? La stanchezza, il desiderio di evitare conflitti, il subire scelte di altri senza il coraggio di imporre le nostre? Tutti interrogativi aperti e sicuramente da approfondire.

Assertività.

L’assertività è la capacità di esprimere le proprie emozioni, opinioni e bisogni senza offendere (o pensare di offendere) gli altri e senza diventare aggressivi.

Secondo gli psicologi statunitensi Alberti ed Emmons, si definisce come «un comportamento che permette a una persona di agire nel suo pieno interesse, di difendere il suo punto di vista senza ansia esagerata, di esprimere con sincerità e disinvoltura i propri sentimenti e di difendere i suoi diritti senza ignorare quelli altrui».

Le persone non assertive, al contrario, fanno del loro meglio per compiacere o blandire gli altri sacrificando allo stesso tempo i prori diritti e i propri bisogni. Con l’intento di evitare il rifiuto da parte degli altri non esprimono chiaramente o non esprimono affatto le proprie opinioni finendo inevitabilmente per perdere la fiducia in se stessi.

Assertività non significa dimostrare di saper urlare o intimorire le persone, è piuttosto una condizione, uno stato mediano lungo il tragitto aggressività – passività.

L’assertività è in definitiva l’atto di chiedere ciò che si desidera in modo sicuro e senza danneggiare nessuno, ma allo stesso tempo mantenendo il proprio diritto di eprimere scelte, idee ed esigenze.

Perché non si è assertivi? L’assertività non è qualcosa che si eredita ma è una cartteristica che tuttavia si può sviluppare. La mancanza di assertività è di solito il risultato del modo in cui è stata educata una persona. Se a un bambino è stato sempre detto che deve comportarsi in modo da piacere agli altri allora non potrà certo diventare assertivo da grande.

Ma non si rischia di non piacere più agli altri essendo assertivi? Contrariamente alla credenza comune, gli altri non evitano o malsopportano gli individui assertivi, questo potrebbe succedere solo con le persone più spiccatamente sensibili.  Le persone normali invece non avranno in antipatia un soggetto assertivo, verrà invece apprezzata la sua sicurezza.

Ecco alcune linee guida molto sintetiche e per questo da tenere ben presenti:

Si ha il diritto di avere i propri valori, le proprie credenze, proprie opinioni ed emozioni.

Si ha il diritto di non giustificare o spiegare le proprie azioni agli altri.

Si ha il diritto di dire agli altri come si desidera essere trattati.

Si ha il diritto di esprimere se stessi e di dire “no”, “non lo so”, “non capisco”, o anche “non mi interessa”.

Si ha il diritto di prendere il tempo necessario per formulare le proprie idee prima di esprimerle.

Si ha il diritto di sbagliare.

Si ha il diritto di battersi per é e per quello che si vuole.

Si ha il diritto di essere trattati con rispetto.

Il costo della non-assertività può essere molto alto: si potrebbe finire per sentirsi inutile colpendo duramente la fiducia in se stessi e in definitiva l’autostima, al vertice dei bisogni nella scala di Maslow. Essere assertivi significa, in definitiva, agire fortemente su due aspetti della personalità: le parole che si usano e il linguaggio del corpo.

Per approfondire: wikipedia

“Le cattedre di Sophia”: quando filosofia, economia e politica si incontrano

Pochi, forse, conoscono il suo nome: ma è stata lei nel 1986 la prima ad introdurre il concetto di “beni relazionali” – ormai entrato stabilmente in economia – e ad influenzare notevolmente, grazie al capability approach (approccio secondo le capacità) elaborato insieme al premio Nobel Amartya Sen, addirittura le Nazioni Unite nell’elaborazione dell’indice di sviluppo umano. E no, non è un’economista, ma una filosofa: su tratta dell’americana Martha Nussbaum, docente di diritto ed etica all’Univesità di Chicago, e conosciuta negli ambienti accademici – e non solo – soprattutto per aver introdotto il tema delle emozioni nella riflessione politica e sociale. E proprio le “emozioni pubbliche” sono state il nucleo delle conferenze che l’hanno portata in Italia.

A Loppiano ha prima incontrato gli studenti di Sophia, dando vita un interessante scambio in cui non sono stati soltanto loro a rivolgere domande, ma sono stati interpellati a loro volta dalla Nussbaum. Ne è seguito un confronto non solo sulla convivenza tra culture e religioni diverse, ma anche sui differenti sistemi educativi, particolarmente sentito in virtù della variegata provenienza geografica dei partecipanti.

Ma anche il rapporto tra filosofia ed economia ha occupato buona parte del dibattito, a partire dal racconto dell’esperienza diretta della Nussbaum con Sen: tema che ha aperto quello dell’interdisciplinarietà del sapere e della necessità di collaborazione tra gli studiosi dei vari settori.

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Riguardo all’esperienza di Sophia nello specifico, la Nussbaum ha osservato come questa fornisca «un tipo di formazione interdisciplinare che è cruciale nella formazione di “cittadini del mondo”: se ci si limita ad un solo campo del sapere, non si è sufficientemente equipaggiati in questo senso». E agli studenti ha rivolto l’invito a «cercare di capire come mettere insieme l’approccio critico e quello emozionale», elementi essenziali, nel suo pensiero, per costruire una società che sappia rispettare tutti gli aspetti della vita umana.

La conferenza aperta al pubblico, dal titolo Public emotions and the decent society, è stata poi una sorta di viaggio attraverso il tempo e lo spazio – dall’Europa dopo la Rivoluzione francese e dal pensiero di Comte e Mill, fino all’India di Tagore e Gandhi – per esaminare come l’idea di una società costruita attorno ad una “religione civile” sostenuta – appunto – dalle emozioni abbia fatto strada, e si sia concretizzata in modo particolare nell’esperienza del Subcontinente. Emozioni intese soprattutto nel senso di “empatia” per l’altro, di capacità di percepire un “bene comune” da perseguire che abbraccia l’intera società, che lo Stato stesso è chiamato a promuovere partendo dall’educazione dei ragazzi.

Economia & Filosofia

Nel campo dell’economia, la sovraspecializzazione è doppiamente
disastrosa. Un uomo che è matematico e nulla più che matematico
potrà condurre una vita di stenti, ma non reca danno ad alcuno. Un
economista che è nulla più che un economista è un pericolo per il
suo prossimo. L’economia non è una cosa in sè; è lo studio di un
aspetto della vita dell’uomo in società… L’economista di domani (e
talvolta dei giorni nostri) sarà certamente a conoscenza di ciò su cui
fondare i suoi consigli economici; ma se, a causa di una crescente
specializzazione, il suo sapere economico resta divorziato da ogni
retroterra di filosofia sociale, egli rischia veramente di diventare un
venditore di fumo, dotato di ingegnosi stratagemmi per uscire dalle
varie difficoltà ma incapace di tenere il contatto con quelle virtù
fondamentali su cui si fonda una società sana. La moderna scienza
economica va soggetta ad un rischio reale di Machiavellismo: la
trattazione dei problemi sociali come mere questioni tecniche e non
come un aspetto della generale ricerca della Buona Vita”.
(J. Hicks, 1941)